
Sustainability
L'impatto ambientale dell'IA: cosa devono sapere gli investitori
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L’intelligenza artificiale è ampiamente considerata un trend di crescita trainato dal software. In realtà, sta assumendo sempre più le caratteristiche di un modello di business ad alta intensità infrastrutturale, con un impatto ambientale significativo. Per gli investitori, la domanda chiave non è più soltanto se la domanda di IA rimarrà sostenuta, ma se il settore sarà in grado di crescere su larga scala in un contesto di vincoli legati all’energia, all’acqua e alle materie prime critiche, senza generare colli di bottiglia, ritardi o tensioni sociali, creando al contempo nuove opportunità sul fronte dell’efficienza e della gestione delle risorse.
L’acqua sta diventando un vincolo strategico
Il primo dibattito sull’IA si è concentrato sulla domanda di energia elettrica, sulla capacità delle reti e sull’intensità carbonica. Questi aspetti restano importanti. Tuttavia, anche l’acqua sta emergendo come un vincolo sempre più rilevante, in particolare per i data center, le infrastrutture fisiche che alimentano i modelli di IA. Il consumo di acqua è destinato ad aumentare significativamente, con stime che indicano un incremento di 50.000 miliardi di litri entro il 2050.
L’impronta idrica dei data center presenta due dimensioni. La prima riguarda l’utilizzo diretto dell’acqua, principalmente per il raffreddamento dei server, che generano quantità significative di calore. La seconda riguarda invece il consumo indiretto, legato alla produzione di semiconduttori e alla generazione di energia. Con la continua espansione delle infrastrutture dedicate all’IA, entrambi questi aspetti stanno assumendo un’importanza sempre maggiore. È tuttavia necessario distinguere tra utilizzo consuntivo e non consuntivo dell’acqua. Sebbene gran parte dell’acqua impiegata nello sviluppo e nell’utilizzo dell’IA sia restituita dopo l’uso, il suo impatto ambientale e sociale non è trascurabile. L’acqua viene infatti spesso reimmessa nell’ambiente a temperature più elevate o con caratteristiche alterate, con potenziali conseguenze sugli ecosistemi e una maggiore pressione sulla disponibilità della risorsa per altri utilizzatori.
Previsioni sulla domanda di acqua nei settori della nuova economia

Fonte: GWI (2026)
Per gli investitori, la questione non riguarda soltanto l’entità dei consumi, ma anche la loro distribuzione geografica. Lo stress idrico, infatti, varia notevolmente da un’area all’altra. Negli Stati Uniti, la disponibilità di acqua può differire in modo significativo tra i vari Stati e persino al loro interno, influenzando la scelta dei siti, la continuità operativa e i processi autorizzativi. In Europa, l’aumento delle ondate di calore e dei periodi di siccità sta rendendo il contesto operativo più complesso per un settore che si trova ancora in piena fase di sviluppo delle infrastrutture dedicate all’IA (nell’ambito del Cloud and AI Development Act, la Commissione europea punta infatti a triplicare la capacità dei data center dell’UE nei prossimi cinque-sette anni). Inoltre, il fabbisogno di raffreddamento tende a raggiungere i livelli più elevati proprio nei periodi di maggiore stress idrico, come durante i mesi estivi.
Questo trasforma l’acqua in una questione non solo operativa, ma anche politica. Le strutture situate in bacini soggetti a stress idrico potrebbero infatti dover affrontare costi più elevati, un accesso meno affidabile alle risorse idriche, iter autorizzativi più lunghi o maggiori pressioni sul piano reputazionale.
Tuttavia, oltre ai rischi climatici cronici, anche quelli acuti stanno mettendo sempre più a rischio la continuità operativa. First Street, società specializzata nell’analisi dei rischi climatici, ha recentemente rilevato che il 79% della capacità dei data center è esposto a un elevato rischio climatico acuto derivante da inondazioni, eventi eolici estremi o incendi. Swiss Re, gruppo attivo nella riassicurazione, ha confermato questa tendenza, sottolineando come un numero crescente di data center venga costruito in aree esposte a rischi climatici acuti, come quelli legati all’attività dei tornado.
Il rischio a monte: anche i semiconduttori sono esposti
La questione idrica non si ferma alle porte dei data center. Anche la produzione di semiconduttori richiede infatti ingenti quantità di acqua ed è concentrata in regioni, soprattutto in Asia, che devono già fare i conti con problemi di scarsità idrica. Secondo un case study pubblicato nel 2026 dalla Task Force on Nature-related Financial Disclosures (TNFD), il settore utilizza circa 210.000 miliardi di litri di acqua all'anno, quasi la metà dei quali in aree caratterizzate da livelli di scarsità idrica superiori alla media. Con processi produttivi sempre più intensivi, soprattutto perché i chip più avanzati richiedono maggiori quantità di acqua, IDTechEx, società internazionale di ricerca di mercato e business intelligence, prevede che il consumo idrico del settore raddoppierà entro il 2035.
E per quanto riguarda i costi? Secondo una ricerca di S&P, i rischi idrici legati al cambiamento climatico, tra cui carenze d’acqua, interruzioni causate da inondazioni e tensioni con le comunità locali, potrebbero comportare per le principali catene del valore dei settori tecnologico e dei semiconduttori costi fino a 24 miliardi di dollari all’anno entro il 2050.
Questo aspetto è rilevante perché il rischio non riguarda esclusivamente i produttori di chip. Aziende come TSMC, UMC, Micron e Vanguard International Semiconductor hanno già subito gli effetti di periodi di siccità. Anche quando i maggiori produttori sono in grado di assorbire i costi nel breve termine, sebbene il livello di trasparenza sull’impatto economico e sulle strategie di resilienza sia ancora eterogeneo, le interruzioni lungo la catena di fornitura possono comunque avere ripercussioni sull’intero ecosistema infrastrutturale dell’IA, sulle apparecchiature e sulle tempistiche di implementazione. Per gli investitori, quindi, la questione non è soltanto capire quali aziende utilizzano acqua, ma anche da dove provenga questa risorsa, quanto il business sia esposto allo stress idrico locale e quali operatori a valle della catena del valore potrebbero subirne le conseguenze.
Focus sui data center: l’efficienza del raffreddamento riduce l’OpEx, ma può aumentare il CapEx
All'interno dei data center, uno degli aspetti centrali dal punto di vista degli investimenti riguarda l'efficienza dei sistemi di raffreddamento. Soluzioni più efficienti possono ridurre i costi operativi, migliorando le prestazioni termiche e abbassando sia il Power Usage Effectiveness (PUE) sia il Water Usage Effectiveness (WUE). Secondo una pubblicazione di Jefferies, per un data center da 20 MW ogni riduzione di 0,1 del PUE può tradursi in un risparmio di circa 1,2 milioni di dollari all'anno in termini di costi operativi. Questo contribuisce a spiegare il progressivo passaggio dai tradizionali sistemi di raffreddamento ad aria a soluzioni più avanzate basate sul raffreddamento a liquido.
Nel tempo, questi sistemi dovrebbero guadagnare quote di mercato e contribuire a migliorare sia l'efficienza energetica sia quella idrica. Richiedono tuttavia maggiori investimenti iniziali e comportano una maggiore complessità operativa. Dal punto di vista degli investitori, la questione è capire se il management stia investendo con sufficiente anticipo in CapEx destinato a rafforzare la resilienza, così da ridurre i rischi futuri legati alla disponibilità delle risorse. Gli operatori meglio posizionati potrebbero quindi non essere quelli con i costi iniziali più bassi, ma quelli che stanno costruendo infrastrutture più flessibili e capaci di adattarsi nel tempo.
Secondo una ricerca di BNP, per ogni 100 dollari di CapEx investiti lungo la catena del valore dell’IA, 7,5 dollari sono destinati ai sistemi di raffreddamento e 20 dollari alle infrastrutture energetiche. Una ripartizione che potrebbe cambiare significativamente nei prossimi anni.
Autorizzazioni e consenso sociale: fattori sempre più rilevanti
Sebbene la produzione di semiconduttori sia ancora in gran parte concentrata in Asia, l’attenzione dell’opinione pubblica verso i data center gestiti negli Stati Uniti e nell’Unione europea si sta intensificando a livello globale, soprattutto nelle regioni in cui le grandi infrastrutture sono situate in aree soggette a stress idrico. Un’indagine condotta nel 2025 da The Guardian e SourceMaterial ha individuato 38 data center operativi di Microsoft, Amazon e Google in regioni già interessate da scarsità d’acqua, a cui se ne aggiungono altri 24 in fase di sviluppo. Un successivo report del Guardian, pubblicato nel 2026, ha confermato questa tendenza, evidenziando come nuovi data center continuino a essere pianificati e costruiti in aree colpite dalla siccità.
Gli stessi hyperscaler riconoscono il problema, sebbene il livello di disclosure rimanga eterogeneo. Nel 2024, Microsoft ha dichiarato che il 42% dell’acqua utilizzata proveniva da aree soggette a stress idrico, mentre Google ha indicato che il 15% dei propri consumi idrici era localizzato in aree caratterizzate da un’elevata scarsità d’acqua. I report successivi hanno confermato questa tendenza: Amazon ha infatti dichiarato che il 22% del proprio utilizzo di acqua avveniva in aree caratterizzate da livelli di stress idrico elevati o molto elevati.
Gli operatori con il maggior numero di data center nelle aree colpite dalla siccità

Fonte: The Guardian (2026)
Le implicazioni per gli investitori sono chiare: il raffreddamento ad acqua, un tempo considerato principalmente una soluzione efficiente, viene oggi valutato in una prospettiva più ampia, che tiene conto della disponibilità della risorsa a livello locale e stagionale e, di conseguenza, dei rischi operativi, dell’accettazione sociale e dei rischi normativi. Alcuni studi suggeriscono inoltre che i data center possano entrare in competizione con altri utilizzatori, sia a livello sociale sia ambientale, per l’accesso alle risorse idriche. Ma quali indicazioni arrivano oggi dal mercato?
In alcuni mercati, queste criticità stanno già influenzando la realizzazione dei progetti. In Cile e Uruguay, tra il 2022 e il 2024 i progetti di data center di Google hanno incontrato l’opposizione delle comunità locali e delle autorità, portando a modifiche nelle strategie di raffreddamento. Negli Stati Uniti, l’investimento da 3,6 miliardi di dollari di Amazon in Arizona ha suscitato opposizioni a causa dei rischi legati alla siccità. In Europa, queste tensioni sembrano essere meno diffuse, anche se in Irlanda gli investimenti nelle infrastrutture idriche necessari a soddisfare la domanda di raffreddamento dei data center stanno alimentando il dibattito. Un esempio è lo Shannon Water Supply Project nell’area metropolitana di Dublino. Il progetto mira ad aumentare l’approvvigionamento idrico della regione e, di conseguenza, a rafforzarne la resilienza, ma incontra una significativa opposizione per il potenziale impatto ambientale, i rischi legati alla siccità e i costi. Infine, nel Regno Unito, la proposta per un data center da 600 MW ha subito ritardi durante l’estate. Dopo aver ricevuto 14.000 osservazioni nella precedente fase di consultazione, i ministri scozzesi hanno richiesto al promotore una valutazione completa dell’impatto ambientale prima di riaprire la consultazione sul progetto.
E sebbene gli hyperscaler stiano innovando attraverso l'esplorazione di tecnologie a circuito chiuso, considerate una sorta di “Sacro Graal” per affrontare i rischi legati all’acqua, questi sistemi richiedono un maggiore consumo di energia, a sua volta associato indirettamente all’utilizzo di ingenti quantità di risorse idriche. Gli hyperscaler si stanno quindi orientando sempre più verso i combustibili fossili, considerati il modo più rapido per garantirsi l’approvvigionamento energetico necessario. Oltre a rendere più complesso il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni, questa scelta contribuirebbe ad alimentare ulteriormente il dibattito sul fabbisogno energetico del settore.
Per le aziende, il rischio legato agli iter autorizzativi non è più soltanto una questione di pianificazione. Può infatti avere un impatto significativo sulle tempistiche dei progetti, sui rendimenti e sulla stabilità operativa a livello locale. Gli sviluppatori in grado di presentare piani credibili per l’approvvigionamento energetico, la gestione responsabile delle risorse idriche, gli investimenti infrastrutturali e il coinvolgimento delle comunità locali potrebbero trovarsi in una posizione migliore per affrontare i processi autorizzativi ed evitare costosi ritardi.
In Europa, un nuovo sistema di rating per valutare la sostenibilità dei data center, adottato il 21 settembre e applicabile a partire dal 2027, potrebbe rappresentare uno strumento di riferimento per le autorità locali e regionali nell’ambito dei processi autorizzativi, con particolare attenzione all’efficienza nell’utilizzo dell’acqua e dell’energia. L’effettivo impatto di questa classificazione sui processi autorizzativi, sulla connessione alle reti e sull’accesso ai finanziamenti rimane tuttavia ancora molto incerto. Il sistema non copre infatti tutti gli aspetti necessari per consentire una valutazione completa da parte delle autorità e degli operatori di rete. Alcuni elementi specifici, come il riutilizzo del calore di scarto o l’impatto sul sistema energetico nel suo complesso, non sono pienamente integrati nella metodologia di valutazione.
Altri vincoli sulle risorse da non sottovalutare
L’intensità nell’utilizzo delle risorse legata all’IA non si limita all’energia e all’acqua. La catena del valore dipende anche da materie prime critiche, per le quali il problema riguarda spesso più la concentrazione dell’offerta che la scarsità assoluta. Il quarzo ad alta purezza e il rame sono entrambi materiali essenziali per la produzione di chip e per le infrastrutture dedicate all’IA e possono essere esposti a interruzioni locali, eventi meteorologici estremi e condizioni di offerta limitata. Lo stesso vale per i cosiddetti conflict minerals, come stagno, tantalio, tungsteno e oro. Con il proseguire dello sviluppo delle infrastrutture per l’IA, questi vincoli potrebbero contribuire a un aumento dei costi dei fattori produttivi e a un rallentamento nella realizzazione dei progetti.
Inoltre, in futuro potrebbe essere a rischio anche la disponibilità di un’altra risorsa, non a causa della concentrazione dell’offerta o di vincoli legati alla sua disponibilità. I PFAS, ancora ampiamente utilizzati nei sistemi avanzati di raffreddamento dei server, negli agenti specializzati per l’estinzione degli incendi e nei microchip che alimentano i server, potrebbero infatti diventare meno accessibili, poiché diversi Paesi stanno valutando di vietarne o eliminarne gradualmente l’utilizzo a causa dei loro impatti negativi sull’ambiente e sulla società e delle crescenti pressioni dell’opinione pubblica. Considerata la disponibilità ancora limitata di alternative, è difficile prevedere come le autorità di regolamentazione e gli operatori lungo la catena del valore dell’IA affronteranno questa sfida.
Le priorità per gli investitori
L’IA continua a rappresentare un tema strutturale molto interessante, ma i vincoli ambientali devono essere integrati nell’analisi degli investimenti di lungo periodo, considerando che, ad esempio, i data center hanno generalmente una vita operativa prevista tra i 20 e i 30 anni. Gli investitori dovrebbero quindi privilegiare le aziende che gestiscono attivamente i rischi legati alle risorse, anziché considerarli trascurabili.
Nel complesso, ciò evidenzia l’importanza di un dialogo con le aziende sull’analisi degli scenari ambientali e sugli stress test, a integrazione della tradizionale analisi fondamentale e della valutazione della resilienza nel breve, medio e lungo termine. Tra gli aspetti chiave da monitorare figurano le strategie di approvvigionamento energetico e di gestione dei rapporti con le comunità locali, gli investimenti (CapEx) destinati alla resilienza e all’efficienza nell’utilizzo delle risorse, la gestione responsabile delle risorse idriche, le coperture assicurative, la diversificazione della catena di fornitura e indicatori concreti relativi all’utilizzo, al riutilizzo e all’efficienza dell’acqua.
In conclusione, l’impronta ambientale dell’IA non rappresenta soltanto una fonte di rischio. Gli aspetti analizzati possono infatti creare opportunità per le aziende in grado di migliorare l’efficienza, ridurre l’intensità nell’utilizzo dell’acqua o favorire una gestione più efficace delle risorse. La sfida per gli investitori consiste nell’individuare quali segmenti della catena del valore siano meglio posizionati per crescere in modo responsabile e redditizio, in un contesto caratterizzato da vincoli ambientali sempre più stringenti. I limiti legati alla disponibilità delle risorse possono inoltre stimolare l’innovazione e creare valore per le aziende capaci di offrire una maggiore capacità di calcolo utilizzando meno energia, acqua e infrastrutture. La stessa IA potrebbe contribuire a ottimizzare i sistemi sui quali sta esercitando una pressione crescente. Secondo l’IEA, un utilizzo più diffuso delle applicazioni di IA già disponibili nel settore elettrico potrebbe generare risparmi fino a 110 miliardi di dollari all’anno e liberare ulteriore capacità di trasmissione. La prossima fase di sviluppo dell’IA potrebbe quindi essere determinata non soltanto dalla capacità di crescere su larga scala, ma anche da efficienza, resilienza e responsabilità.
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